| HARRY POTTER E I DONI DELLA MORTE |
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Capitolo 1 L'ASCESA DEL SIGNORE OSCURO
I due uomini apparvero dal nulla, a pochi metri l'uno dall'altro, nello stretto viottolo illuminato dalla luna.
Per un attimo restarono immobili, puntando la bacchetta l'uno contro il petto dell'altro: poi, quando si riconobbero, riposero le bacchette sotto i mantelli e si incamminarono, fianco a fianco, nella stessa direzione.
–Ci sono notizie?– chiese il più alto dei due.
–Le migliori– rispose Piton.
Il vicolo confinava a sinistra con dei piccoli rovi selvaggi, a destra con una siepe alta e ordinata.
I lunghi mantelli degli uomini sbattevano intorno alle loro caviglie mentre camminavano.
–Pensavo di essere in ritardo– disse Yaxley e i suoi lineamenti bruschi scomparirono dalla vista quando i rami sugli alberi proiettarono scure ombre che infrangevano il chiaro di luna.
–E' stato più difficile da risolvere di quanto supponessi. Ma spero che lui ne sarà soddisfatto. Sei sicuro che la tua fonte sia attendibile?–
Piton annuì e non aggiunse altro.
Svoltarono a destra, in una strada con passo carrabile che dava inizio al vicolo. La siepe curvò verso di loro, fuggendo oltre i cancelli di ferro battuto e sbarrando la strada degli uomini.
Nessuno di loro si mosse; in un attimo alzarono le braccia e passarono. Le vie erbose coprivano il suono dei passi degli uomini.
Udirono un sussurro da qualche parte alla loro destra; Yaxley estrasse la bacchetta di nuovo, puntandola sopra la testa dell'altro, ma la fonte del rumore non era altro che il camminare di due pavoni all'inizio del viale.
–Si è sempre trattato bene, Lucius, pavoni...– sbuffò Yaxley mentre riponeva la sua bacchetta nel mantello.
Una bella villa nasceva dall'oscurità alla fine del lungo percorso, dove si scorgevano delle luci dalle finestre del piano superiore.
Da qualche parte nell'oscuro giardino oltre la siepe c'era una sorgente.
I sassi scricchiolavano sotto i loro piedi mentre Piton e Yaxley si spostavano verso la porta principale, la quale si aprì al loro arrivo, sebbene nessuno l'avesse visibilmente aperta.
Il corridoio era ampio, appena illuminato e sontuosamente decorato, con un magnifico tappeto che copriva quasi del tutto il pavimento di pietra.
Gli occhi dei pallidi volti, appartenenti agli individui racchiusi all'interno dei quadri nei muri, seguivano Piton e Yaxley mentre questi s'incamminavano.
I due uomini si fermarono di fronte alla pesante porta di legno che conduceva alla stanza successiva, esitando a causa dei forti battiti del cuore, poi Piton girò il manico di bronzo.
Il salone era pieno di persone in silenzio, sedute attorno ad un lungo tavolo ornato. I consueti mobili della stanza erano stati spostati contro le pareti senza cura. L'unica fonte di luce veniva da un camino sotto un frontale di marmo sormontato da uno specchio dorato.
Piton e Yaxley si soffermarono per un momento sulla soglia.
Mentre i loro occhi grigi si abituavano alla carenza di luce, si diressero verso una delle più strane scene a cui avevano mai assistito: una figura, apparentemente umana e dall'aspetto deciso, era sollevata a mezz'aria sul tavolo, girando in cerchio come se fosse stata appesa ad una corda invisibile e, riflesso nello specchio e sul terreno, strisciava sulla superficie del tavolo sottostante.
Nessuna delle persone sedute sotto questo spettacolo lo guardava, fatta eccezione per un pallido e giovane uomo seduto quasi sotto di essa.
Sembrava che cercasse di non guardare in su ogni minuto.
–Yaxley, Piton!– disse una voce alta e pulita dall'altra parte del tavolo. –Siete quasi in ritardo.–
Colui che aveva parlato era seduto proprio davanti al camino, così che fosse difficile, per prima cosa, intuire e capire qualcosa del suo aspetto fisico.
Però mentre si incamminavano più vicino, la sua faccia veniva illuminata nel buio, senza capelli, apparentemente come un serpente, con delle fessure per narici e raggianti occhi rossi in cui le pupille erano verticali. Era così pallido che sembrava emettere della luce popria.
–Severus quì!– disse Voldemort, indicando il posto alla sua destra. –Yaxley...dietro a Dolohov!–
I due uomini presero i posti assegnati loro. Molti degli occhi attorno al tavolo seguirono Piton, ed era perché Voldemort gli aveva parlato per primo.
–Allora?– chiese.
–Mio Signore, l'Ordine della Fenice intende spostare Harry Potter dalla sua casa ad un luogo più sicuro sabato prossimo, di notte.–
L'interesse intorno alla tavola era aumentato in modo tangibile: alcuni s'irrigidirono, altri fecero dei piccoli movimenti, ma tutti fissavano Piton e Voldemort.
–Sabato... di notte– ripeté Voldemort. I suoi occhi rossi si fissarono su quelli di Piton con tanta intensità che alcuni distolsero lo sguardo, apparentemente pieni della paura che potessero rimaner bruciati a fissare quello sguardo.
Piton, comunque, guardava la faccia di Voldemort con calma e, in un momento o due, la bocca senza labbra di Voldemort si curvò in qualcosa che somigliava a un sorriso.
–Bene. Molto bene. E questa informazione proviene...?–
–...dalla fonte di cui abbiamo discusso.– disse Piton.
–Mio Signore– intervenne Yaxley che si era appoggiato per vedere, giù per il lungo tavolo, Voldemort e Piton.
Tutte le facce si voltarono verso di lui.
–Mio Signore, io ho saputo un'altra versione dell'informazione– disse. Yaxley aspettò, ma Voldemort rimase in silenzio, così continuò: –Dawlish, l'auror, si è lasciato sfuggire che Potter non verrà spostato fino al trenta, la notte prima che il ragazzo compia diciassette anni.–
Piton stava sorridendo.
–La mia fonte mi ha detto che c'erano piani per un depistaggio; questo dev'esserne di sicuro uno. Non c’è dubbio che sia stato lanciato un Incantesimo di Memoria su Dawlish. Non sarebbe la prima volta; è conosciuto per essere suscettibile.–
–Le assicuro, mio Signore, che Dawlish sembrava quasi certo–disse Yaxley.
–Se gli è stato lanciato l'incantesimo di memoria, naturalmente ne è sicuro– disse Piton. –Ti assicuro, Yaxley, che l'Ufficio Auror non avrà alcuna parte nella protezione di Harry Potter. L'Ordine crede che noi ci siamo infiltrati nel Ministero–
–L'Ordine sa una cosa giusta, allora?– disse un uomo piccolo seduto a breve distanza da Yaxley, e diede in una risata ansimante che rimbombò lungo tutta la tavola.
Voldemort non rise. Il suo sguardo aveva divagato sul corpo e sembrava essere perso nei propri pensieri.
–Mio Signore– continuò Yaxley –Dawlish crede che una parte degli Auror trasferirà il ragazzo...–
Voldemort rimase in silenzio, e Yaxley ne rimase deluso, guardandolo pieno di risentimento mentre Voldemort si girava dietro verso Piton.
–Poi dove nasconderanno il ragazzo?–
–Alla casa di uno dell'Ordine– disse Piton. –Al posto, secondo la fonte, è stata data ogni protezione che sia l'Ordine che il Ministero potessero procurare. Penso che ci siano poche chance di prenderlo una volta lì, mio Signore, a meno che il Ministero non cada prima del prossimo Sabato, cosa che potrebbe darci l'opportunità di scoprire e disfare abbastanza incantesimi per sfondare il resto–
–Beh, Yaxley?– gridò Voldemort dal posto di capotavola, la luce del fuoco che illuminava i suoi occhi rossi. –Potrà il Ministero cadere entro il prossimo Sabato?–
Ancora una volta, tutte le teste si voltarono. Yaxley scosse le spalle.
–Mio Signore, ho delle buone notizie su questo argomento. Sono,con difficoltà e con grande fatica, riuscito a lanciare una Maledizione Imperius su Pius Thicknesse–
Molti di quelli che sedevano intorno Yaxley sembravano impressionati; il suo vicino, Dolohov, un uomo con una faccia lunga e storta, lo applaudì da dietro.
–È un inizio– disse Voldemort –Ma Thicknesse è un uomo solo. Scrimgeour deve essere circondato dalla nostra gente prima che io attacchi. Un fallimento sull’attentato alla vita del Ministro mi ostacolerà per molto tempo–
–Sì...mio Signore. Questo è vero. Ma lei sa che Thicknesse, come Capo del Dipartimento dell'applicazione delle Leggi Magiche, non solo ha contatti con il Ministro in persona ma anche con tutti i capi degli altri dipartimenti del Ministero. Sarà, penso, facile ora che abbiamo un ufficiale di grado superiore sotto il nostro controllo, soggiogare gli altri, e poi possiamo lavorare tutti insieme per ridimensionare Scrimgeour–
–Sempre se il nostro amico Thicknesse non venga scoperto prima che lui si sia sottomesso del tutto– disse Voldemort. –In ogni caso rimane improbabile che il Ministero sarà mio prima del prossimo sabato. Se non potremo toccare il ragazzo quando arriverà a destinazione, allora sarà fatto quando lui sarà in viaggio–
–Abbiamo un vantaggio lì, Signore– disse Yaxley, che sembrava determinato a ricevere un po’ di approvazione. –Ora abbiamo molte persone nel Dipartimento dei Trasporti Magici. Se Potter si materializza o usa la Polvere Volante, lo sapremo immediatamente.–
–Non lo farà neanche– disse Piton –L'Ordine eviterà ogni forma di trasporto che è controllata o regolata dal Ministero; non si fidano a farlo in quel modo–
–Meglio– disse Voldemort –Si dovrà far avanti. Più facile da prendere, di gran lunga.– Voldemort guardò ancora il corpo che si muoveva lentamente mentre diceva: –Mi occuperò del ragazzo di persona. Sono stati commessi molti errori su Harry Potter. Alcuni sono stati miei. Potter vive a causa di uno dei miei errori più che per il suo trionfo–
La gente intorno al tavolo guardava Voldemort con apprensione.
Ognuno di loro, con la propria espressione impaurita, pareva biasimare l'esistenza continua di Harry Potter.
Voldemort, comunque, sembrava stesse parlando più a se stesso che a ognuno di loro, stava ancora osservando il corpo inconsciente su di lui. –Non me ne sono preoccupato, e sono stato ostacolato dalla fortuna e dalle scelte, i demolitori di tutto eccetto che dei piani ben fatti. Ma ora conosco meglio la situazione. Capisco quelle cose che prima non capivo. Devo essere l'unico ad uccidere Harry Potter, e lo sarò.–
A queste parole, che sembravano essere la risposta alle loro domande, si sentì un lamento improvviso, e un terribile pianto di dolore e miseria.
Alcuni di quelli al tavolo guardarono in su, perché il suono sembrava venire dall’alto.
–Codaliscia– disse Voldemort, senza cambiare il suo tono quieto e pensieroso, senza spostare lo sguardo dal corpo. –Non ti ho detto di tener calmo il nostro prigioniero?–
–Si, m-mio Signore– sospirò un piccolo uomo da sotto il tavolo, che stava seduto e riempiva così tanto la sua sedia che sembrava, a primo sguardo, essere vuota. Ora era sceso dalla sedia e si era affrettato verso la stanza, non lasciando niente dietro di lui tranne un curioso raggio d'argento.
–Come stavo dicendo– continuò Voldemort, guardando di nuovo i volti dei suoi seguaci. –Ora capisco meglio. Avrò bisogno, per un po’, di prendere in prestito una bacchetta da uno di voi prima che io vada a uccidere Potter–
I volti intorno a lui non mostravano niente se non lo shock, poteva aver annunciato che voleva aver in prestito una delle loro braccia.
–Nessun volontario?– disse Voldemort –Vediamo...Lucius!, non vedo alcuna ragione perché tu debba tenere una bacchetta.–
Lucius Malfoy guardò titubante in su. La sua pelle era giallastra e cerata alla luce del fuoco, e i suoi occhi erano sommersi e oscurati.
Quando parlò, la sua voce era rauca: –Mio Signore?–
–La tua bacchetta, Lucius. Dammi la tua bacchetta!–
–Io...–
Malfoy diede un'occhiata alla moglie. Lei stava guardando in alto, lentamente quanto pallidi, i suoi lunghi capelli biondi le ricadevano lungo la schiena, ma sotto il tavolo le sue dita sottili terminavano fino al polso.
Al suo tocco, Malfoy mise la mano nei suoi vestiti, prese una bacchetta e la passò a Voldemort, che la teneva davanti ai suoi occhi rossi, esaminandola più vicino.
–Di cosa è fatta?–
–Olmo, mio Signore– sospirò Malfoy.
–E il nucleo?–
–Drago. Corde di cuore di drago–
–Bene– disse Voldemort. Prese la sua bacchetta e confrontò la lunghezza con quell'altra.
Lucius Malfoy fece un movimento involontario, per una frazione di secondo, sembrava stesse aspettando di ricevere la bacchetta di Voldemort in cambio della sua.
Voldemort fece un gesto. I suoi occhi si aprirono maliziosamente. –Darti la mia bacchetta, Lucius? La mia bacchetta!?–
Alcuni della folla ridacchiarono.
–Ti ho dato la libertà, Lucius, non ti è abbastanza? Ma ho notato che tu e la tua famiglia sembrate meno felici del solito...Qualcosa riguardo la mia presenza in casa tua ti da fastidio, Lucius?–
–Niente. Niente, mio Signore!–
–Bugie Lucius...– La voce soffice sembrava sibilare anche dopo che la crudele bocca smise di muoversi.
Uno o due maghi repressero un brivido mentre il sibilo si faceva più forte; gli pareva di aver sentito che qualcosa di grande strisciasse attraverso il pavimento sotto il tavolo.
Un lungo serpente comparve per arrampicarsi sulla sedia di Voldemort. Saliva, sembrava che non avesse fine, ma poi si fermò tra le spalle di Voldemort, il suo collo era dello spessore di una coscia di un uomo; i suoi occhi con fessure verticali per pupille, non si muovevano.
Voldemort accarezzò distrattamente la creatura con le sue lunghe e fini dita, guardava ancora Lucius Malfoy.
–Perchè i Malfoy sembrano essere infelici della loro residenza? Non è il mio ritorno, il mio risorgimento la cosa che loro avevano dichiarato di desiderare per tanti anni?–
–Certo, mio Signore– disse Lucius Malfoy. La sua mano si mosse mentre lui strofinava dolcemente il suo labbro superiore. –Lo volevamo e lo vogliamo.–
Alla sinistra di Malfoy, sua moglie fece un cenno bizzarro, i suoi occhi si allontanavano da Voldemort e il serpente.
Alla sua destra, suo figlio, Draco, che stava fissando il corpo sopra di loro, diede un'occhiata a Voldemort e poi distolse lo sguardo, terrificato dal contatto con gli occhi.
–Mio Signore– disse una donna dal fondo del tavolo, la sua voce si stringeva con emozione: –è un onore averla qui ora, nella nostra casa di famiglia. Non ci può essere un piacere più grande.–
Sedeva dietro sua sorella, non molto uguale a lei, con i suoi capelli scuri e gli occhi coperti, come al solito. Mentre Narcissa sedeva rigida e passiva, Bellatrix si sporgeva verso Voldemort con pure parole che non potevano che dimostrare la sua voglia di vicinanza.
–Nessun piacere più grande– ripeté Voldemort, la sua testa si inclinava un po’ da una parte mentre teneva conto di Bellatrix. –Questo vuol dire molto, Bellatrix, detto da te–
Il suo volto si riempì di chiazze di colore, dai suoi occhi sgorgavano lacrime di gioia.
–Il mio Signore sa che non dico niente se non la verità!–
–Nessun piacere più grande...anche a confronto con l'evento felice che, ho sentito, ha avuto luogo nella tua famiglia questa settimana?–
Lo guardò, la sua bocca si aprì, evidentemente confusa.
–Non so cosa voglia dire, mio Signore–
–Sto parlando di tua nipote, Bellatrix. E la vostra, Lucius e Narcissa. Ha appena sposato un lupo mannaro, Remus Lupin. Dovete esserne fieri.–
Ci fu un'eruzione di risate di scherno intorno al tavolo. Alcuni si sporgevano per scambiarsi degli sguardi, altri colpivano il tavolo con i pugni.
Il grande serpente, dal momento che aveva antipatia per i rumori, aprì la sua bocca e sibilò con rabbia, ma i Mangiamorte non lo sentirono, erano troppo giubilanti per l'umiliazione di Bellatrix e dei Malfoy.
Il volto di Bellatrix, reso da pochi minuti pieno di felicità, si ritrovò pieno di cattivo e macchiato imbarazzo rosso.
–Lei non è nostra nipote, mio Signore– urlò lei con trasporto. –Noi, Narcissa ed io, non abbiamo più rivolto parola a nostra sorella da quando ha sposato un Mezzosangue. Questa monella non ha niente a che fare con noi, o le altre bestie che sposa.–
–Cosa ne pensi, Draco?– chiese Voldemort e, sebbene la sua voce fosse tranquilla, sovrastava i mugolii e le risate. –Baderai al piccolo?–
L'ilarità si montò, Draco Malfoy guardava terrorizzato suo padre, il quale stava fissando il suo stomaco, poi catturò la vista di sua madre. Mosse la testa quasi impercettibilmente, poi continuò a guardare al muro di fronte.
–Basta– disse Voldemort, accarezzando il rabbioso animale –Basta.–
E le risate cessarono.
–Molti dei nostri alberi genealogici si sono ammalati– disse mentre Bellatrix lo fissava, implorante e senza fiato.
–Dovete eliminare tagliare le parti contaminate per tenerli in salute, vero? Tagliare quelle parti che minacciano la salute del resto dell'albero–
–Sì, mio Signore– sospirò Bellatrix e i suoi occhi si inondarono di lacrime di gratitudine –Alla prima occasione!–
–Lo farete– disse Voldemort. –E nelle vostre famiglie, così nel tempo...noi porteremo via la piaga che ci infetta fino a che il sangue non rimanga puro...–
Voldemort alzò la bacchetta di Lucius Malfoy, puntandola direttamente verso la figura sospesa sopra il tavolo, e le diede un piccolo colpo.
La figura apparve con un lamento e iniziò a sforzarsi contro le corde invisibili.
–Riconosci il nostro ospite, Severus?– chiese Voldemort.
Piton alzò gli occhi sul viso. Tutti i Mangiamorte stavano guardando il prigioniero ora, come se fosse dato loro il permesso di mostrare la curiosità.
Mentre la faccia si girava verso la luce del fuoco, la donna disse con voce stridula e terrificata: –Severus! Aiutami!–
–Ah sì– disse Piton mentre la prigioniera continuava a girare lentamente.
–E tu, Draco?– chiese Voldemort, accarezzando il muso del serpente con la mano che non teneva la bacchetta.
Draco mosse la testa a scatti. Ora che la donna si era svegliata, non sembrava più capace di guardarla.
–Ma non hai seguito le sue lezioni?– disse Voldemort. –Per coloro che non la riconoscono, noi siamo in compagnia, quì, stanotte, di Charity Burbage che, fino a recentemente, insegnava alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts–
Ci furono dei piccoli rumori di comprensione intorno al tavolo.
Era una donna gobba e con denti impressionatamente affilati.
–Sì...la professoressa Burbage ha insegnato ai nostri ragazzi tutto sui Babbani...come sono diversi da noi...–
Uno dei Mangiamorte sputò a terra.
Charity Burbage rivolse ancora la faccia a Piton.
–Severus...per piacere...ti prego–
–Silencio!– disse Voldemort, con un altro colpo alla bacchetta di Malfoy e Charity cadde in silenzio come se fosse stata imbavagliata.
–La scorsa settimana la professoressa Burbage ha scritto una difesa appassionata dei Mezzosangue nel “La Gazzetta del Profeta”. I maghi, lei dice, devono accettare questi ladri della nostra sapienza e magia. La cancellazione dei purosangue è, dice la professoressa Burbage, una circostanza di grande desiderio...lei vorrebbe avere come compagni dei Babbani...o senza dubbio, lupi mannari...–
Nessuno rise a questo punto. Dalle parole di Voldemort si comprendeva l'ira e il disprezzo che provava.
Per la terza volta, Charity Burbage si voltò verso Piton. Lacrime sgorgavano dai suoi occhi fino ai suoi capelli.
Piton la guardava da dietro, mentre girava lentamente.
–Avada Kedavra!–
Un lampo di luce verde illuminò ogni angolo della stanza.
Charity cadde, provocando un tonfo spaventoso, sul tavolo sottostante, che tremava e scricchiolava.
Molti Mangiamorte tirarono indietro le loro sedie.
Draco cadde sul pavimento.
–A cena, Nagini– disse Voldemort dolcemente, e il grande serpente oscillò pericolosamente e scivolò dalle sue spalle sul legno lucidato.
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